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ASSOCIAZIONE NAZIONALE MAGISTRATI ATTACCO ALLA GIURISDIZIONE ATTACCO AI DIRITTI 1. La recente
approvazione in Commissione Giustizia del Senato della proposta di
riforma dell’ordinamento giudiziario è l’epilogo di un susseguirsi
di aggressioni verbali e di invettive nei confronti della magistratura
da parte di esponenti di rilievo della maggioranza parlamentare e del
governo e, anche di recente, personalmente del Presidente del Consiglio. 2. L’ordinamento giudiziario non è una legge qualsiasi, poiché non disciplina solo una struttura burocratica o una categoria professionale, ma delinea l’assetto di uno dei poteri dello Stato ed incide dunque in modo concreto e quotidiano sulla possibilità di ciascun cittadino di ottenere da un giudice indipendente una effettiva tutela dei propri diritti anche se esercitati nei confronti dei detentori del potere politico o economico. Ecco perché l’assetto dell’ordinamento giudiziario non è questione dei magistrati, ma interesse vitale di tutti i cittadini. 3. Come magistrati, come magistratura associata, come cittadini che offrono il contributo di una esperienza professionale specifica, abbiamo non solo il diritto, ma il dovere di esprimere con estrema chiarezza critiche argomentate ad una proposta che non è idonea ad assicurare né una migliore funzionalità ed efficienza del servizio-giustizia né una magistratura professionalmente più qualificata e che al contrario darebbe vita ad una organizzazione giudiziaria assurda ed ingestibile, incapace di rispondere in tempi ragionevoli alle domande di giustizia della collettività. Sul progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario l’Associazione Nazionale Magistrati ha espresso più volte le sue valutazioni negative, fino ad attuare uno sciopero il 20 giugno 2002, a distanza di tredici anni dal precedente. Ma le modifiche, inserite all’ultimo minuto, sulla delicatissima questione degli illeciti disciplinari pongono tutti dinanzi ad uno scenario di eccezionale gravità; esse infatti da un lato mirano ad interferire direttamente sull’attività interpretativa e sul contenuto degli atti giurisdizionali e dall’altro comprimono libertà fondamentali del cittadino magistrato, pretendendo di renderlo un soggetto avulso dalla vita della collettività in nome della quale deve amministrare giustizia. 4. La preclusione di qualsiasi forma di partecipazione del magistrato alla vita sociale e al dibattito pubblico (con la eccezione, praticamente indecifrabile, delle attività di carattere scientifico, ricreativo, sportivo o solidaristico) sembra condannare il magistrato ad una condizione di isolamento sociale e culturale ed una sostanziale marginalità sociale. La questione cruciale della interpretazione è stata affrontata all’improvviso e con impressionante improvvisazione nel corso dei lavori parlamentari. I giudici italiani sanno
di dover interpretare le norme con la dovuta fedeltà al testo della
legge e sentono forte questo vincolo, ma constatano anche
quotidianamente – in perfetta sintonia con le osservazioni di tutta la
dottrina giuridica - quanto le leggi siano talora farraginose, lacunose,
compromissorie, oscure, e appunto perciò bisognose di interpretazione,
e cioè di adattamento al caso concreto, di riconduzione a sistema, di
armonizzazione con altre norme e con altri principi, primi tra tutti
quelli della Costituzione. Per questo l’interpretazione e il giudizio
devono avvenire secondo la scienza e la coscienza dei giudici
professionali, onorari, popolari. 5. La riduzione della indipendenza della magistratura sembra l’unico obiettivo della riforma mentre i problemi reali della giustizia, e in primo luogo quello della ragionevole durata dei processi, non vengono in nessun modo affrontati. La situazione della giustizia sotto il profilo della organizzazione dei servizi, diretta responsabilità del Ministro della giustizia, è semplicemente drammatica. In molte sedi mancano i fondi per la stenotipia, e persino per la carta delle fotocopiatrici; il piano di informatizzazione, essenziale per l’ammodernamento del servizio giustizia, è fermo e stanno già mancando i fondi per la manutenzione di hardware e software, sono bloccati o comunque vanno avanti a grave rilento i concorsi per il personale amministrativo e per gli uditori. Ogni ipotesi di revisione delle circoscrizioni è stata abbandonata, con lo stralcio, voluto dal governo, del relativo punto dalla proposta di riforma dell’ordinamento giudiziario. 6. In questa situazione l’Anm, pur da sempre disponibile al dialogo e al confronto costruttivo e razionale, non ha altra scelta che di proclamare lo stato di agitazione. Le assemblee del 18 settembre, con sospensione delle udienze per quindici minuti, sono state un primo momento di mobilitazione e protesta contro gli attacchi alla giurisdizione. Ciò che è avvenuto qualche giorno dopo sul versante dell’ordinamento giudiziario porta oggi l’Anm ad adottare ulteriori iniziative corrispondenti alla gravità della situazione. Il Comitato direttivo dell’Associazione dà mandato alla GIUNTA di rappresentare alle forze politiche e in tutte le sedi opportune i gravi pericoli per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura e per la efficienza del servizio derivanti dal progetto di riforma; di contribuire alla riflessione e alla iniziativa della cultura giuridica e di tutti gli operatori del diritto sulle conseguenze di una eventuale approvazione nel testo attuale del disegno di legge delega sull’ordinamento giudiziario; di organizzare per il 5 novembre 2003 una giornata per la giustizia in tutte le sedi giudiziarie con assemblee aperte a tutte le altre magistrature, agli avvocati, agli altri operatori del diritto, al personale amministrativo e alle espressioni della società civile; di realizzare in Roma per il 22 novembre 2003 una assemblea nazionale aperta, con il contributo della società civile, della cultura giuridica, di rappresentanti delle magistrature europee. Il Comitato Direttivo Centrale è convocato in via permanente per l’adozione di tutte le ulteriori iniziative, ivi compresa la proclamazione dello sciopero. Il Comitato Direttivo Centrale Roma 4 ottobre 2003 |